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Sarebbe interessante conoscere l'origine e il significato di una manifestazione rumorosa che si tramandava di generazione in generazione e che aveva luogo il primo giorno di marzo. I ragazzi nei paesi, nelle corti, organizzavano il "cioca marzo". Provocare rumori assordanti trascinando per le strade vecchi recipienti metallici legati con un filo di ferro: pentole arrugginite, bidoni senza fondo, orinali bucati, coperchi ecc. mentre la squadra batteva con grossi bastoni gli stessi recipienti ad aumentarne il rumore e con alte grida invocava MARZO… Le giornate si sono allungate vistosamente. L'ultima neve ha resistito negli anfratti e lungo i muri a tramontana, ma ora il vento, non più gelido, ha pulito ogni traccia e qua e la fanno capolino le ortiche novelle e primi fiori di primavera. In campagna i lavori incombono: Ultimare la potatura degli alberi da frutta e delle vigne, legare i tralci e posizionare nuovi pali di sostegno. Pettinare i prati con l'erpice leggero o con l'impiego di rami di platano, legati a forma di una grossa scopa, trainata da cavalli. La "pettinatura" dei prati aveva lo scopo di rompere gallerie superficiali lasciate degli insetti e dal gelo nel terreno, inoltre, triturare grumi di letame che vi era stato sparso a novembre. Dopo questa operazione, si raccoglievano eventuali sassi affiorati. Il prato doveva essere pulito onde evitare danni futuri alla falciatrice meccanica o alle falci a mano. Un pesante rullo di pietra, trainato da animali,veniva fatto rotolare su tutta la superficie del prato. Il rullo serviva a compattare il suolo che il gelo invernale aveva sollevato e reso spugnoso compromettendo la salute e la vita delle piantine. L'operazione di rullatura veniva fatta anche sui terreni coltivati a grano, proprio per compattare il terreno che il gelo aveva sollevato. Prima però si doveva zappare tutto il campo, con una zappetta piccola e leggera. In quegli anni non esistevano diserbanti e le erbe infestanti erano combattute appunto con la zappa. "In marzo, chi non ha scarpe va scalzo". Non è una gran rima, ma nelle giornate di tiepido sole veniva adottata dai più. Via le pesanti "sgalmare"(scarponi chiodati con il fondo di legno) I primi passi insicuri dato che i piedi non erano più abituati alle asperità del terreno, poi tornavano i calli che ci avrebbero protetto nelle scorribande, o nel lavoro fino all' autunno. In marzo uscivano dal letargo le rane e noi ragazzi a piedi nudi, nel fango dei fossati a caccia con le mani. Le rane che riuscivamo ad afferrare, venivano infilate in un sacchetto di stoffa che portavamo appeso alla cintola. Un detto popolare precisava che le rane andavano consumate nei mesi il cui nome contiene un'erre: maRzo, apRile, settembRe, ottobre ecc. Anche dicembre e febbraio contengono un'erre, ma le rane in quei mesi erano protette in profondi cunicoli nel terreno, in letargo. Per non sbagliare e data la fame, noi mangiavamo rane dalla primavera al tardo autunno, indipendentemente dal mese con o senza la erre.. Le prime viole profumavano l'aria e noi ragazzini dedicavamo pomeriggi interi a cogliere e comporre mazzolini profumati, da portare alla maestra il giorno dopo. Le bambine, molto più diligenti dei maschi in quest'attività, riuscivano sempre a " bagnarci il naso" e ad ottenere migliori complimenti e considerazioni. Una fastidiosa conseguenza dei primi giorni dell'andare scalzi e con i piedi nel fango erano " i sciapin", dolorose screpolature alle caviglie ed ai polpacci, forse provocate dal vento (bagnasciuga). Ovviamente c'era sempre il pericolo di qualche spina nei piedi da tenere in considerazione. In quella stagione le donne si apprestavano a fare la prima "bugada" dell'anno. Tutta la biancheria, (quella poca che c'era), indossata durante l'inverno, veniva accumulata in una grande tinozza, coperta con un vecchio (ma proprio vecchio) lenzuolo. Sopra il lenzuolo era steso uno strato di cenere, accumulata e conservata nei mesi precedenti. Sulla cenere poi, si versava acqua bollente fintanto da riempire la tinozza. Lasciato raffreddare ed a macero per una notte, il giorno dopo si toglieva il tappo della "soiola", (la vecchia tinozza a doghe di legno), e raccolta la lisciva, (liquido grigiastro sgrassante), per ulteriori piccoli lavaggi. Con la lisciva le nostre mamme c'imponevano un energico lavaggio dei piedi che risultavano veramente puliti e profumati. La biancheria era portata al fossato, battuta sulla pietra apposita e risciacquata nell'acqua corrente. Questo lavoro era abitualmente eseguito in coppia, assieme alla vicina di casa della corte. Una lunga fune sostenuta da pali, era tesa sull'aia e su questa venivano stese lenzuola e biancheria varia che sventolando al sole portava una nota di colore e primavera alla cascina. All'imbrunire, frotte di pipistrelli svolazzavano attorno ai vecchi fabbricati. Questo piccolo innocuo mammifero volatile, portava fino a noi, retaggi di inquietanti misteri. Il suo letargo, la forma delle sue ali, la sua vita notturna e silenziosa, aggiunto a fantasiose credenze diffuse in epoche lontane creava un alone di repulsione e di paure ingiustificate.. Franco Turrina |
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