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Lunario del Mese di Luglio

 

In campagna, alcuni lavori, per importanza degli stessi o per le caratteristiche che essi rappresentavano, assumevano valore di un rito sacro, pagano: Valore che andava oltre il lavoro in se, coinvolgeva tutti gli abitanti della corte. Tra questi lavori vi era: l'uccisione del maiale, la vendemmia e pigiatura dell'uva e la trebbiatura del grano.
 
La trebbiatura, (se escludiamo la fatica fisica che comportava), era una attivitą che affascinava. L'arrivo nella corte di questi macchinari complicati e rumorosi, la sistemazione degli stessi in linea sull'aia: vapore, trebbia, pressa.
L'energia era data dal "vapore", una caldaia mobile dotata di un alta ciminiera metallica, praticamente una piccola locomotiva ferroviaria alimentata con legna e carbone. Un pesante volano, mosso dall'eccentrico dello stantuffo, collegava mediante una lunga cinghia in cuoio il moto alla trebbia e da questa alla pressa. Il fuochista responsabile, un uomo sempre sporco di fuliggine e grasso, dava il segnale di inizio del lavoro con due lunghi fischi a vapore. Dopo di che, spostando una leva mandava il vapore accumulato allo stantuffo.
Tra sibili e getti di vapore, lentamente il "gigante" si metteva in moto accompagnato dallo sferragliare della trebbiatrice e dal ritmo metallico della pressa. Il fumo e la polvere avvolgevano gli addetti, uomini e donne.
 
Noi ragazzini avevamo il compito di alimentare il serbatoio d'acqua che veniva incessantemente risucchiata dalla pompa della locomotiva. Ci affascinavano quei congegni in movimento, l'odore del grasso sugli snodi e della pece sulla cinghia.
La trebbiatrice, frantumava i covoni che venivano gettati in una tramoggia nella parte alta della macchina. In basso, da due sportelli sui quali era ancorata la bocca di un sacco, usciva il prezioso grano. I sacchi erano subito portati direttamente nel granaio.
Una lavagnetta fissata alla parete della trebbia, serviva per segnare con un gessetto ogni sacco riempito. La pressa era collegata direttamente alla trebbia, un lungo nastro trasportatore raccoglieva la paglia che veniva espulsa dalla trebbiatrice e convogliata in una tramoggia, spinta nel gabbione della pressa dal lungo collo di giraffa ricurvo, "el macaco", che ripeteva con ossessione i suoi movimenti alternativi. La paglia, pressata dal carrello collegato al "macaco", veniva legata in balle regolari, poi accatastate con cura oltre l'aia formavano geometriche costruzioni piramidali, campo di giochi proibiti per noi ragazzi. Spesso succedeva che il padrone portasse pane e salame con qualche fiasco di vino. Durante queste brevi pause impreviste il fuochista controllava ed ingrassava gli snodi e le pulegge.
 
I nostri genitori addetti a quel pesante lavoro tornavano la sera, irriconoscibili, coperti di polvere e di sudore. Il fosso dietro casa, abbondante d'acqua, era la nostra doccia ed era anche la nostra piscina. Infatti tutti abbiamo imparato a stare a galla e a nuotare in quei fossi, tra le rane e le erbe palustri. La terza domenica di luglio," Sant'Anna il riso in canna". I risai, responsabili delle varie corti si davano appuntamento in una localitą, abitualmente ad una sagra di un paese vicino, per festeggiare il buon esito del futuro raccolto. Ciascuno ostentava con orgoglio, un mazzolino di giovani spighe colte nella "sua" risaia. Discutevano di riso, di esperienze e si sfidavano sul migliore prossimo raccolto.
 
 
Franco Turrina

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